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Vuoti, o quasi. Tristi. O senza troppa allegria. Gli stadi del calcio italiano, oggi, sono così. Dopo un buon numero di abbonamenti staccati in estate e un incoraggiante avvio di stagione, la fuga dagli stadi è ricominciata inesorabile. Perché se la statistica segna ancora un gol, non c'è da esultare troppo. E non è per via del famoso «pollo» di Trilussa. È vero: ci sono 2.786 spettatori in più (dato aggiornato al 16 dicembre 2007) rispetto alla media delle prime 16 giornate dello scorso anno, che diventano 3.459 sulla media dell'intero ultimo campionato. Il torneo di serie A 2006-2007 è stato, però, quello con la media più bassa degli ultimi quarantacinque anni. Con il ritorno di Juve, Genoa e Napoli (le ultime due assenti anche nel 2005-06) a fronte delle retrocessioni di Ascoli, Chievo e Messina, con i quattro derby come non capitava dal 1994-1995, con il via senza penalizzazione di tutte le big si attendeva, o meglio si sperava, in una massiccia rentrée degli spettatori negli stadi. In modo da far riavvicinare l'Italia non tanto alla Bundesliga tedesca o alla Premier League inglese (rispettivamente 40.572 e 34.141 spettatori in media lo scorso anno), ma magari alla Liga spagnola, che vanta una media di quasi 30 mila presenti. Si resta, invece, lontani.
Molto lontani. E sono, soprattutto, le immagini a stridere. In Inghilterra, anche ieri, stadi pieni. Nella nazione campione del mondo, impianti semivuoti e malinconici. Le zoomate, all'Olimpico di Roma come al Sant'Elia di Cagliari, sono spesso impietose: coppiette isolate tra decine di seggiolini vuoti. Se le foto in bianco nero degli anni Settanta con gli «spalti gremiti ai limiti della capienza», come era solito descriverli in radio Sandro Ciotti, sono un tuffo al cuore, anche i 30.704 spettatori di media della stagione 1998-99, quando la tv satellitare era ormai entrata nella casa degli italiani, restano una chimera. Per Lazio-Juve, partita un tempo da «sold out», il 15 dicembre scorso c'erano solo 25.098 spettatori, esempio perfetto di una giornata, la 16ª d'andata, che ha fatto registrare la media più bassa della stagione: 14.151. La settimana prima per Empoli-Cagliari solo in 786 avevano fatto la fila per acquistare un biglietto. I bagarini, che nemmeno i tagliandi nominali avevano resi disoccupati, sono sull'orlo di una crisi di nervi. «Quello che mi infastidisce maggiormente e mi rattrista del calcio italiano sono gli stadi vuoti», ha confessato recentemente Demetrio Albertini, ex colonna del Milan, oggi vicepresidente della Federazione e rappresentante del sindacato calciatori. «Mi dispiace soprattutto vedere all'estero i giocatori a contatto con il pubblico. Da noi, invece, troppe barriere alzate».

La lotta ai violenti ha reso necessarie alcune misure drastiche. Ma, spesso, anziché allontanare i teppisti e far diminuire la paura hanno di fatto finito per tenere a casa il tifoso normale. Spesso comprare un biglietto equivale, infatti, a un'odissea per il tifoso normale. A Roma è stato stimato che un biglietto su quattro veniva comprato al botteghino dello stadio poco prima dell'inizio. Oggi non è più possibile. Andare allo stadio deve essere ormai pianificato con un certo anticipo, come avviene con la «settimana bianca». Risultato? Molti decidono di non andare. Colpa sicuramente di alcune frange organizzate di teppisti, che hanno occupato militarmente il territorio e generato sentimenti di paura nel tifoso medio. Di contro, però, c'è anche chi punta l'indice su uno stadio ormai senza colore e senza più poesia. Da Il Foglio a «Striscia lo striscione» (rubrica di «Striscia la notizia») è cresciuta una corrente di pensiero che vuole il ritorno del sapore da stadio. ![]()
Tutti d'accordo sul giro di vite per lasciare fuori i delinquenti incalliti ma la sensazione è che si è passati da un eccesso a un altro. Per lustri nelle curve sono state tollerate svastiche e esaltazioni delle foibe, adesso per portare il canonico «ciao mamma» bisogna sottoporsi ad una lunga trafila burocratica. Insomma «Giulietta è 'na zoccola», storico e ironico striscione dei tifosi napoletani verso i rivali veronesi, oggi resta fuori. Così come lo spirito goliardico che contraddiceva le stracittadine. «Dobbiamo dialogare con gli ultrà non violenti», ha dichiarato il presidente Giancarlo Abete, preoccupato dell'erosione di pubblico. Ma c'è chi ha già pronta la panacea per arginare la fuga: gli stadi nuovi. Accoglienti, aperti alle famiglie, con centri commerciali all'interno. Lo reclama da tempo il presidente della Lazio, Claudio Lotito. Al momento è stato respinto dal Comune di Roma e dal Coni. In diverse città ci stanno pensando.


